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Il Def e l’UE

Nel nuovo Def, che si è reso necessario dopo la battuta d’arresto avuta lo scorso 8 ottobre da parte dell’Unione Europea, spunta una campagna di privatizzazioni i cui ricavati andrebbero a coprire fino ad un punto percentuale del PIL. 

A colpo d’occhio, si potrebbe considerare questo intervento come contrario allo spirito del movimento e del governo stesso e soprattutto alle promesse fatte in campagna elettorale. E già si mormora sull’ennesimo dietrofront truffaldino ai danni dell’Italia e degli italiani.

Ma se ci fermiamo un’attimo a riflettere, potrebbero venire fuori sfumature che sfuggono facilmente.

Che i “tagli agli sprechi” non sarebbero bastati a coprire queste manovre lo si sapeva fin dall’inizio, magari si è peccato di ingenuità, sperando in uno spirito democratico che la Commissione Europea, in effetti, non ha mai avuto.

Non l’ha avuto nemmeno con Renzi al quale ha concesso una flessibilità maggiore, sorvolando la fortezza del Fiscal compact solo in cambio di una succulenta proposta che non si poteva rifiutare, nell’ambito del tristemente noto, accordo Triton.

Questa intransigente e inflessibile Unione Europea, non ha nessuna intenzione di sbottonarsi nel nome di una ripresa economica che parta dal basso. E allora sì, quando si viene messi con le spalle al muro, si tenta di tutto, anche provare strade già battute.

Le privatizzazioni infatti, non sono certo una novità per i nostri bilanci statali. Di Maio dal canto suo, ha già garantito che non verranno toccati “gioielli di famiglia”, come Eni ed Enav, si lavora alacremente dunque, alla stesura di una lista, cercando comunque di salvaguardare il più possibile il patrimonio dello Stato.

Ma il tempo stringe e le manovre sono urgenti ed in questo clima febbricitante non si può biasimare chi diventa vittima di ostruzionismo istituzionale, chi crede di sedere ad un tavolo democratico e invece deve fare i conti con poteri forti, in una sede che paventa valori fondamentali e nobili come il benessere e la dignità dell’uomo, ma poi usa logiche capitalistiche e finanziarie che remano da tutt’altra parte.

Ogni scenario ha il suo rovescio della medaglia, per ogni vincitore c’è un boccone amaro da mandar giù.

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